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IL CANE DELLA COSCIENZA

di Franco Gerardi

E' completamente diverso se entri in casa, e c'è un cane, e se invece in casa un cane non c'è. Già sai che due zampe ti assaliranno, una coda inarrestabile manifesterà gioia e allegrezza. Hai un cruccio, già sei preparato a scansare le feste, già fai con la mano il gesto di allontanarlo, ma non puoi, non ci riesci, è il suo amore che vince. La tua mano lo accarezza, il tuo cruccio prende un'altra dimensione, e un problema che si risolverà.bogart.jpg (38450 byte)

Il rapporto tra l'uomo e il cane ha il mistero della natura, che di continuo cambia e rivive sotto tutte le latitudini e sotto tutte le stagioni. Non so in quanti secoli, millenni si sia formato, attraverso quali processi, quali partecipazioni, quale comunione di vita. Di certo il cane è l'essere che ha avuto più mutazioni di qualsiasi altra specie animale: e questo per fedeltà all'uomo. Per restargli accanto nel nuovo ambiente, per essergli utile nelle nuove condizioni di vita, sempre mantenendo le sue caratteristiche naturali tuttora comuni pur nelle molteplici e straordinarie razze selezionate dagli uomini. Uomini ingrati, come sempre.

Il primo monumento iconografico in cui compare un cane (una scultura della Mesopotamia) lo mostra nell'atto di essere scacciato da un uomo. Spero che si scopra presto un monumento più antico ancora che illustri se non l'amore, almeno la considerazione che anche le prime popolazioni storiche avevano per il nostro fido amico. Per ora teniamoci l'antica scultura a rampogna e vergogna di tutti coloro che fanno dei cani un trastullo e poi li abbandonano.

Aneddotica e letteratura sono piene di storie di cani.

Ci sono libri ed è inutile ripetersi. Ma voglio ricordare due storie, l'una perché credo quasi ignota, l'altra notissima ma mai bene interpretata.

A metà ottocento, un veliero cerca di sfuggire ai ghiacci di Capo Horn. Ha poco tempo per guadagnare il mare libero, uscendo dalla morsa che tra poco lo stritolerà. La nebbia fittissima impedisce la vista.

L'unico modo per avvistare gli iceberg, di cui avvertono solo il rumore spaventoso, è di esporre ai fianchi della nave, su lunghe pertiche, i barometri che sono a bordo. Ma quando gli iceberg si avvicinano il freddo intenso spezza le colonnine di mercurio e presto sono tutti inservibili.

L'unico avvisatore resta il groenlandese del capitano che per un intero giorno e una notte guaita e urla all `avvicinarsi delle montagne di ghiaccio, inducendo a invertire la rotta della nave. AL fine l'ultimo lembo di mare libero appare davanti agli occhi dell'equipaggio estenuato. "Viva Grosz" urlano i marinai. È una storia vera tratta dal giornale di bordo del capitano.

Un primo crepitio, un rumore di cristalli infranti, lunghe liste di vetro si staccano dai pattini stretti nel ghiaccio. Uno strattone a destra, uno a sinistra, Buck ha liberato la slitta e ora avanza, un centimetro, due centimetri, un passo, due passi, il traguardo è più vicino, lo passa. Buck ha vinto la sfida. John gli si accovaccia accanto, lo carezza, lo maledice. Ma chi maledice davvero l'eroe di Jack London? Non Buck ma sé stesso, il suo orgoglio che gli ha fatto accettare l'insana sfida, gli uomini della bettola che hanno messo a rischio la vita del suo cane, maledice il mondo della prepotenza e della violenza, questo nostro mondo che restringe sempre di più lo spazio dei sentimenti, che offende la natura, dove i giovanissimi perdono il senso della vita in una società che non ha più ideali, che spesso, troppo spesso li sfrutta, li, droga, li uccide.

Un Padre ed una Madre hanno subito un dolore disumano, il più atroce, il più ingiusto che possa colpire due genitori. In una casa sul mare sto loro accanto. Né l'animo commosso, né il vocabolario mi suggeriscono una parola nuova, un gesto nuovo di consolazione. Quello che io non trovo lo fanno Julius e Antie: zampe che abbracciano, musi che si strofinano, lingue che raccolgono lacrime, guaiti e gemiti che accompagnano lo strazio, teste che cozzano contro l'abbandono e il delirio. E la vita che torna, la sera, quando la spiaggia è libera. Corse infinite, piccoli agguati, ubbidienti richiami. Lui entra in acqua e loro gli sono addosso, lo obbligano a giocare, a urlare, a tornare a vivere.

Nella stessa casa sul mare c'è una cucciolata di pochi giorni. Sono tanti. Due volte al giorno Padre e Madre raccolgono i cuccioli li stringono, li nutrono col biberon. Chi accarezzano Padre e Madre, chi stringono, chi imboccano?

Oggi, ogni tanto, Lui mi chiama e mi dice che di quella cucciolata questo ha vinto in Austria, quell'altro in Jugoslavia, quest'altro è secondo in Germania e io mi chiedo se c'è un nesso fra queste vittorie e l'infinito dolorosissimo amore con cui sono stati allevati.

Benedetti i nostri cani! Meritano la straordinaria metafora che da essi ha tratto Santa Caterina da Siena:

"Poiché il giardino è così ben fornito, voglio che alla guardia poniate il cane della coscienza; e sia legato alla porta, sicché, se i nemici venissero, e l'occhio dell'intelletto dormisse, il cane abbai".

Se davvero la coscienza di ognuno si specchiasse nell'abnegazione, nell'intelligenza, nell'onestà dei nostri cani quanto più facile sarebbe vivere nel fioritissimo giardino della nostra moderna, copiosa civiltà!!